mercoledì 10 maggio 2023

Io sono mia, un po' di più


 

Milano 13 aprile 2023


Un giorno, tanto tempo fa, un pomeriggio del 1981 abbiamo abitato insieme nella casa occupata di via Guerrazzi n.10.

Io avevo 24 anni, tu Marisa, 32. Fluttuanti nelle nostre vite in cerca di un corso da perseguire: doveva avere a che fare con l’arte, il teatro, la pittura. Tu stavi in un momento di crisi e hai trovato rifugio in quella casa di nessuno. A dire il vero una vecchia proprietaria ce l’aveva e quando ci incontrava ci insultava (a ragione) e prendeva a ombrellate. Noi cercavamo invano di spiegare che lei era ricca e noi poveri.

In quel luogo sospeso a un quarto piano tra l’Arco della Pace e il parco Sempione, ci siamo incontrati su un foglio di carta.

Ho disegnato la figura di un ragazzino e di una ragazzina, forse adolescenti, con gli sguardi persi davanti a sé in quel futuro incerto, tra il precariato economico e l’aspirazione a vivere di arte. Eravamo noi due.

Era un aprile con nuvole intorno, persi tra quei palazzi di una Milano- bene. Hai disegnato quei muri come case fantasma, dove noi eravamo solo “ospiti” passeggeri.

Le nuvole giravano anche dentro le nostre teste, preoccupazioni, paure e ansie che tu hai riversato col colore blu. E poi quell’acqua sotto uguale al sopra, dove immergevamo i piedi, senza appoggi. La vita in equilibrio tra gli anni settanta appena finiti e che avevano tracciato in ognuno di noi i solchi di grandi utopie e speranze e sovvertimenti, di cui anche le nostre piccole vite avevano partecipato, ne portavano ancora i segni, di ideali a volte più grandi della nostra capacità di integrarli ai nostri giorni.

Hai colorato con tinte leggere i vestiti modesti, i miei di certo stropicciati.

Che facce tristi, perché non tutti i giorni sono gioiosi, ma a quella sospensione hai dato tinte forti, quelle che chiedevamo per le nostre vite future.

Entrambi abbiamo fatto ciò che abbiamo desiderato: vivere della nostra arte, per te la pittura, per me più il teatro, e questo per noi non è poco.

Ora tu sei partita, io ancora qui. Le strade si incrociano e ci disperdono ma su questo foglio resta la traccia del nostro indelebile incontro.


Danio Manfredini

giovedì 28 luglio 2022

Però la morte...

 

Tarocco  (tempera)

"Però la morte, secondo me, è sempre anche qualcos'altro. E' anche tutta la sedimentazione dell'immaginario della nostra civiltà intorno ad essa. In tutte le culture che ci hanno preceduto, lo spazio culturale e mentale occupato da questo avvenimento fondamentale della vita di ognuno, è sempre stato molto ampio. Ora invece questo spazio di rappresentazione mentale si è ristretto, quasi annullato. Credo che nella nostra civiltà, ci sia un'immagine da un lato definitiva della morte, perché sono scomparsi o comunque affievoliti gli immaginari religiosi, i sentimenti oltremondani e insieme agli immaginari collettivi di oltre la morte, anche le fantasie individuali di ogni altrove. In qualche modo è stata uccisa la morte. Nel senso che non riuscendo a immaginarci oggi la morte ed i suoi spazi, la neghiamo. E' talmente terrorifico il nulla che in qualche modo dobbiamo esorcizzarlo; al suo posto c'è il mito della scienza, il mito dell'ibernazione, il mito dell'onnipotenza, dell'uomo sempre in forma, perfetto, e nessuno parla più di morte. Il disastro antropologico del negare la morte come ultimo passaggio di estrema trasformazione, ne produce secondo me un altro ancora più grave. Stiamo perdendo la capacità di immaginare tutti gli 'Oltre' possibili. Ci impedisce di immaginare i 'passaggi' come momenti che possiamo gestire in maniera trasformatrice, in cui mettere in moto degli aspetti, delle energie di trasformazione, oppure anche mettere in moto delle immaginazioni di tipo utopico. Non riusciamo a pensare alla morte ma non c'è più neanche l'oltre la morte. Anche nel senso di utopia."

Marisa Bello

Incisione puntasecca


mercoledì 27 luglio 2022

Donne del nostro tempo

 

Donne del nostro tempo

Di Antonio Attisani


Innanzitutto qui è all'opera l'arte dell'osservazione, da Aristotele a Brecht e oltre posta a fondamento non soltanto del teatro ma di ogni linguaggio e poetica. Marisa Bello pratica il gioco che consiste nello spiare e ritrarre gli altri, soggetti inconsapevoli che poi sfilano in affollati quaderni dove ogni volto e ogni corpo sono molto dettagliati, segnati, molto più che nei quadri della teoria finale: l'abbondanza di segni, lì, è annotazione, prima glossa critica. Il gioco si trasforma poi in una meditazione e ciò che risulta da questa meditazione è una essenza di forma e di colore, un vedere nell'altro la propria autobiografia: l'azione di ogni vero artista.


L’autobiografia, la vita che corre raccontandosi ed esponendosi, è una autobiografia corale. Non parlo mai di un “io” quando parlo di me; non trovo mai un “me” quando indago il mio “io”. È piuttosto nella dimensione del noi (un noi avvolto nell’anonimato di azioni e ritmi inconsapevolmente condivisi) che sprofonda ogni consapevole autobiografia, lasciando esalare dai propri soggetti autografi qualcosa di terzo, quel qualcosa che viene evocato quando davvero accade un teatro.


I contributi raccolti in questa mostra sembrano rinviare tutti a “qualcosa di terzo”, qualcosa che va al di là delle appartenenze singolari e delle private biografie e che insiste come un cuneo appuntito e tenace nelle pieghe di una immagine collettiva, neo-comunitaria, di donne del nostro tempo.


È la declinazione femminile di una pratica poietica, se è vero che non si è poeti per declamare versi, ma per sentire corpi fremere e rivoltarsi nell’atto di una creazione condivisa.


L’esperienza del guardante-lettore ha senz'altro qualcosa di meno potente rispetto a quella del testimone-artista, però il soggetto dello spectare ha facoltà di “mettere in fila” (creare teoria) e rimontare i singoli testi in una visione panoramica.


Come in un Nātyaśāstra, Marisa compila un catalogo di sentimenti e posture esistenziali. Rispettando il mistero, però: contempliamo il vivente, ma senza comprendere appieno il suo carattere e la sua azione.


Donne e colori, gioie e dolori. Ognuna di esse emana un colore dominante ed è contestualizzata in un colore diffuso, un rasa (sapore) deuteragonista. La nudità, poi: quella della pelle è impossibile e si rivela piuttosto nei panni in cui accuratamente ognuna di loro ha scelto di comprendersi.


Donne a volte in posa oppure colte in istantanee, poco importa, è come se tutte avessero scelto accuratamente come essere ritratte nell'atto di offrire la loro più sincera ed enigmatica intimità. Non si intravedono mai drammi evidenti, né commedie o tragedie, ma una quotidianità piena di senso, e dunque di tutto, a varie età.


Sono ritratte qui donne di tutti i mondi, forse a Milano, forse nella metropolitana o in treno o al supermercato, oppure viste in sogno, o spiate mentre si guardano velocemente allo specchio, sempre consapevoli di essere osservate e magari ritratte, però mai disposte a fingere di essere diverse da quello che sono, straordinariamente normali, uniche.


I colori a prima vista sembrano pieni, ma poi si rivelano ricchi di sfumature, come un cielo lontanissimo di nuvole colorate: non sono l'ultimo orizzonte ma il sipario socchiuso sull'universo.

L'arte dell'osservazione e del ritratto diventa così una cosmologia segreta.

Le opere sono visibili QUI


martedì 11 gennaio 2022

Quarta dimensione di Ghiannis Ritsos

 


Cinque figure di vecchie donne leggendarie raccontano la loro storia che ha radici nel mito. Ma le loro storie antichissime, sottratte al totale oblio mitologico, si snodano nei paesaggi urbani di oggi. Le splendide ville che sembrano aver accolto la loro esistenza sono in rovina, ma sui ruderi il poeta fa brillare ogni tanto il bagliore metropolitano di un’insegna con i colori dell’oggi. In spazi d’altri tempi fuma, metafora del presente, una sigaretta. I millenni sembrano divorati dal vortice degli accostamenti, quello che viene narrato è cronaca, presente, eppure antichissimo mito. I ricordi delle anziane protagoniste, sono commozione che afferra; tuffo nel più remoto passato che ha tessuto il presente. Questi versi fanno sentire nei piedi più salde le antiche radici. Le donne di Ritsos sono tutte prossime alla morte; ognuna racconta, ricorda. Ma ricordare, se è emozione che serra la gola, è anche acuta comprensione – distanza – e la morte diviene qui davvero “ideale terreno di coltura della vita”. In questi versi la fine delle vecchie signore del mito diviene davvero, come diceva Kerényi “conoscenza chiara della morte, deliberato servire la vita”. E queste mitiche figure femminili sembrano più umane che mai nella narrazione dei loro frammenti di vita fulgidi come gioielli, che se ricevono alcuni bagliori dalle luci affievolite del mito, estinguendo la distanza del tempo, ci vengono ora restituite in uno spazio – tempo interiore, slargato e nuovamente trasfuso di vita. Così l’eco del tempo ci investe restituendoci la memoria di autentiche antenate spirituali colme di saggezza, cariche di ricchi vissuti emotivi che forse proprio per la loro mancanza di eroismi diventano la quintessenza della femminilità. Ritsos ci svela miti e riti delle sue eroine attraverso i loro pensieri segreti. Nessuna ha compiuto niente di eroico, nessuna è stata neppure madre. Eppure dai loro racconti scaturiscono  fiumi di immagini vitali, e come le diverse variazioni di uno stesso tema musicale, ognuna parla d’amore e ci conduce ad una vera profonda immersione in noi stessi per, forse, dar volto ai nostri pensieri segreti, forse, cercare il suono dei nostri miti.

Marisa Bello

Crisotemi



"A quei tempi,

spesso, passeggiando da sola in giardino, capitava

che mi s'avvicinasse alle spalle senza far rumore la luna, e

d'improvviso

mi tappasse con le mani gli occhi domandando: 'Chi sono?'."



"Allora
 
mi avvicinai allo specchio e provai, per la prima volta, a tingermi
 
le labbra,

con quel rossetto misterioso e sacro di mia madre. Sulle mie

labbra

si stese un bel tramonto pieno di rimorsi - un triste bagliore
 
rosso."


Ismene

"I grandi orologi a muro sono fermi - nessuno li ricarica;

e se qualche volta sosto davanti ad essi, non è per guardare

l'ora,

ma per specchiare nel loro vetro il mio volto, 

stranamente bianco, di gesso, impassibile, come fuori dal tempo,

mentre nel loro fondo oscuro le lancette ferme,

proprio dietro la mia immagine, sono un bisturi immobile

che non ha più ferite da incidere, non ha più niente

da asportarmi - paura o speranza, attesa o ansia."




"Allora mandavano a chiamare il vecchio indovino cieco.
 
Un bambino dolce

lo teneva per mano. Maestoso, astutissimo, bello,

la barba lunga fino alle ginocchia, i grandi occhi vuoti

(pensavo che si fingesse cieco e che la barba fosse finta)

col suo bastone autoritario, - esalava calma, beatitudine,

pienezza;"


Fedra



"Non so più dove mettermi,

così assediata dalle mie ombre, più evidente che mai,

eretta, mi sembra, in mezzo al mondo, tradita, visibile ad ogni

dove."







"tengo in mano le forbici,

tento di ritagliare una tunica dalla stoffa, - dal rumore capisco

che taglio il pelo d'una mia ombra."

Elena



"Così reclusa, serrata, tesa - che stanchezza, mio dio, - 

serrata in ogni istante (perfino durante il sonno) come

in un'armatura gelida, o il corpo intero entro un busto di 

legno, come

in un mio cavallo di Troia, ingannevole, stretto, conoscendo

ormai

la vanità dell'inganno e dell'illusione, la vanità della fama,

la vanità e la precarietà della vittoria."




"In questa casa il vento s'è fatto pesante e inspiegabile, forse

per la presenza così naturale dei morti."


Persefone



"Te l'assicuro, -  stavo bene laggiù. Mi ci sono abituata. Qui non

resisto;

c'è troppa luce - mi fa ammalare - una luce denudante,

inaccessibile;

rivela ogni cosa e la nasconde;"




"Sentii allora il suo braccio avvolgermi la vita,

ruvido, peloso, muscoloso, domare la mia resistenza; - ma

quale resistenza? -

io non ero più io; - nessun timore, dunque, d'essere umiliata;

ogni cosa 

s'era immobilizzata nell'infinita trasparenza

d'un compiuto impossibile."


Ghiannis Ritsos, Quarta dimensione, Crocetti Editore, 1993 


venerdì 8 febbraio 2019

Lettera a Maria Izzo


Maria e Marisa - in tournée a Varsavia 1974

Carissima Maria
ti penso molto… i ricordi della nostra antica amicizia si affastellano e traboccano dalla mia mente, permeando tutto il vissuto del mio quotidiano. Ci siamo conosciute all’Accademia di Belle Arti di Napoli a scenografia e la nostra relazione si è approfondita e cementata nel 1968. Eravamo entusiaste e molto speranzose che quel movimento potesse farci contribuire a cambiare il mondo. Ricordo il gran da fare che ci demmo per organizzare nell’Accademia occupata il primo convegno nazionale di tutte le Accademie d’Italia. Eravamo fiere del nostro attivismo e di poter impiegare la nostra piccola forza in obiettivi che ci sembravano anche profondamente politici. Avevamo anche visioni del mondo in gran sintonia. Poi il ’68 passò e la cattedra di scenografia fu presa dal professor Mancini che ci fece fare una grossa mostra con elaborati del terzo e quarto anno insieme. Ricordo con quanta sapienza e forza tu modellavi con martello e metalli una grande figura bizantineggiante ed io costruivo un modellino di teatro giapponese con centinaia di personaggini minuscoli più un grande attore kabuki su strati sovrapposti di polistirolo. Lavoravamo ormai insieme ed eravamo contentissime; poi io ebbi da Peppe Barra l’occasione di disegnare dei costumi per un saggio di una scuola di danza, con la supervisione di Roberto De Simone. Naturalmente tutta la realizzazione la facemmo insieme con grande allegria. Alla fine quando ci pagarono, stemmo ore sul divano a dividerci i soldi ad uno ad uno, più e più volte, quasi incredule. Era il nostro primo lavoro pagato. Poi per un po’ ci perdemmo di vista. Io ero entrata nel Teatro Esse e partecipato alla fondazione di Libera Scena diretta da Gennaro Vitiello. Con le prove dell’Urfaust tu ti facesti rivedere e decidesti di entrare in questo ensemble. Mi aiutasti a fare il teatrino della cantina di Auerbach. Poi per anni abbiamo lavorato insieme dalla mattina alla sera nel laboratorio di Torre del Greco, tra scene, costumi e prove di recitazione. Indimenticabile! Quanta vita abbiamo condiviso.
Marisa Bello

Con Mario Martone - Teatro Studio Milano

Nascita del teatro di Renato Carpentieri

Nascita del teatro di Renato Carpentieri



lunedì 19 marzo 2018

Viaggio nelle terre degli antichi dei





L'irrazionale non deve e non può essere estirpato. Gli dèi non possono e non devono morire. Guai agli uomini che vogliono disinfettare razionalmente il cielo, scriveva Jung. Un messaggio che Marisa Bello ha recepito intimamente, raccogliendo in questa mostra un variegato arcipelago di suggestioni archetipiche ed antiche divinità. Nel fluire sincronico di diversi orizzonti culturali, ci scorrono davanti agli occhi Veneri preistoriche, divinità naturali, dee greche, creature marine. In questo orizzonte polimorfo, la figura della divinità appare assai complessa: nè evasione estatica verso l'alterità del sogno, nè preludio ad un atto di abbandono o sottomissione del Sè. Come in ogni viaggio, l'artista compie qui un doppio movimento, di estroflessione immaginifica, dove la psiche rivela tutta la fertilità del suo conato mitopoietico, e di introflessione in direzione della propria soggettività e opera creatrice.
La divinità mitica fa incursione in spazi urbani moderni, contenuta all'interno di architetture assurdamente razionaliste. La sua testa si posa su gru e ingranaggi mobili, sprofonda in androni di scale, si staglia tra rovine, si affianca a moduli edilizi resi caduche tessere di domino. Può sembrare vittima di una modernità secolarizzata, esanime, che la priva di luogo riducendola a maschera, ma essa non pare in realtà affatto sconfitta. Il suo sguardo trascende infatti l'incongruità squallida del contesto per rivolgerci un enigmatico appello. Nemmeno la divinità-albero, squarciata da un enorme viadotto, si lascia violare dalla cecità della modernità, e la trasforma a sua volta in vicolo cieco,  riavvolgendo l'abuso nel proprio sacro grembo.
Un viaggio che corre lungo la linea del femminile, carattere dominante dell'intero percorso, e che trova nell'elemento acquatico il suo perfetto correlato simbolico. L'artista sceglie infatti una narrazione matrilineare che libera la dea da un ruolo subalterno ed ancillare e la riporta alla significazione preistorica di incarnazione della totalità ciclica della natura nella sua capacità generatrice. Essa emerge dalle acque, a loro volta potente simbolo di un viaggio circolare fatto di nascita, trasformazione, morte in uno stadio e rinascita in uno differente, sorgente di vita e strumento di rigenerazione. Specialmente se nella forma di quell'alto mare aperto che il navigante attraversa, ricercando la propria direzione in equilibrio tra forze contrastanti, luce e tenebra, immaginazione e razionalità. Mare come barriera invalicabile che conduce allo smarrimento dell'Io, o come via verso un nuovo approdo e la rinascita del Sè.
Una duplicità polare che costituisce ogni figura archetipica e che attraversa l'intera mostra, restituendoci un divino ambiguo, lontano dalla beatitudine definitiva e portatore di un messaggio impenetrabile, in aperto dialogo con una soggettività artistica inesauribilmente dialettica. Al termine del viaggio, l'artista torna infatti a riflettersi nell'opera: un bimbo che scruta l'orizzonte dietro l'oblò uterino dell'IO; un riflesso fantasmatico evaso dallo specchio che, liberato dal legame con la propria immagine-madre, cammina angosciato sulla maschera del dio; e infine, a chiudere il ciclo, una figura elfica capace di afferrare e riorientare la propria cornice, portando con sè un'apertura che è soglia verso un altrove inesplorato. Una bellissima metafora della creazione artistica.

Clara Zanardi

cm. 40x50

cm. 50x60

cm. 50x70

cm. 50x60

cm. 40x60

cm50x60

cm. 60x50

cm. 50x60

cm. 50x70

cm. 50x60

cm. 30x60

cm. 50x60

cm. 70x40

cm. 60x50

cm. 50x50

cm. 50x60

cm. 60x50

cm. 60x50

cm. 50x60
cm. 50x60
cm. 70x40

cm. 50x60

cm. 60x60
cm. 50x60


mercoledì 2 marzo 2016

Clara Zanardi: Materia in mutamento

olio su tela cm. 70x50


Un momento di esitazione. Questa è la prima sensazione che l'incontro con l'ultimo ciclo di opere di Marisa Bello suscita in noi. In un primo tempo lo sguardo si nutre goloso dell'intensità del colore, s'intrude nel ritmo deciso della composizione, esplora con curiosità le forme insolite, ma, stupito, si scopre incapace di scorrerne la superficie con spensierata leggerezza, di scivolarvi sopra semplicemente, distrattamente. A tinte forti, a tratti gioiose, e ad un tripudio inventivo d'immagini che potrebbe scaturire dalla matita imbizzarrita di un bimbo non corrisponde infatti alcuna ingenua letizia, alcun ostentato conforto da offrire alla nostra percezione esasperata dalla conformità delle immagini di consumo. Non si può evitare così di soffermarsi sulle linee spezzate, lungo le ferite aperte dai violenti contrasti cromatici, attorno alle scaglie mozzate di edifici e muri, di tetti e scale, attraverso fenditure cieche, dinnanzi a finestre buie.

Abituato ad interrogare qualsiasi significante sul proprio significato, lo sguardo si aggrappa ad ogni profilo familiare, ad ogni accostamento evocativo e cerca in essi una didascalia del senso possibile, un'interpretazione narrativa. La morale della favola. Ma fatica, stenta. Esita. Cerca allora almeno una categoria, nella cui rassicurante cornice rimarginare il proprio smarrimento: si tratta forse di arte astratta? Ma le tessere del mosaico sono frammenti di realtà, i mari, i cieli, i prati, così concreti... si tratta quindi di paesaggi? Eppure è così estremamente lontano da ciò che con questo termine solitamente intendiamo...dunque, arte materica? Nessun tubetto direttamente spremuto sulla tela, nessun legno bruciato, nessuna sabbia terra argilla...no...simbolismo? Sarebbe allora da decifrare una trama di analogie, da comprendere a quale essenza del reale esse rimandino...troppo astruso, troppo forzato. Infine, si arrende; abbandona la ricerca mentale di una chiarificazione ultima e lascia che per una volta sia l'opera a s-quadrarlo, forte del suo enigmatico riflesso.

È a partire da questa profonda e preziosa sensazione di spaesamento che si può tentare di raccogliere qualcuno dei pensieri che, in ordine sparso, scaturiscono dalle immagini create dall'artista, sapendosi in un terreno altro da quello della razionalità logica e al contempo altro dall'irrazionalità puramente fantastica, o delirante. Altro esattamente dall'opposizione dicotomica tra questi due orizzonti. Serbando in sé la consapevolezza che occorre rinunciare alla pretesa teorica dell'interpretazione, all'anelito naturale alla decodifica dell'immagine o all'anamnesi dell'inconscio agente per porsi, con semplice umiltà, in ascolto. Questo spaesamento dell'a-simbolico apre infatti uno spazio vergine, finalmente libero dalla tirannia del significato, uno spazio di pura libertà, che comunica, trasmette stimoli ed emozioni, suscita pensieri e fantasie, suggerisce interrogativi, senza tuttavia pretender mai di dominare cognitivamente, di spiegare, descrivere, rappresentare. È, in quanto tale, un linguaggio puramente altro o, più radicalmente, un altro dal linguaggio che cerca una sua forma propria attraverso l'arte.

Il luogo che incornicia il gesto artistico di Marisa Bello è una finestra, attraverso cui una fenditura di luce solare ritaglia triangoli brillanti. Un semplice cavalletto, di legno chiaro, una vecchia poltrona. Lontano di quelli che paiono secoli dagli eccessi del patinato universo dell'art business, la matita insegue una traccia soltanto intravista e le setole del pennello si intingono d'immaginazione, seguendo fluidità e percorsi propri, insondabili. Nella quiete calma e lenta del mattino il silenzio è rotto solo da rumori di porte e campanelli d'altre case, dalla pluralità di voci e lingue altre che si snocciola più o meno marcatamente tra le pareti sottili d'un condominio popolare. Una scelta consapevole, quella di abitare in profondità i luoghi periferici, che appartiene da sempre alla vita dell'artista, volta a ricercare anche nella quotidianità anonima e conforme dell'edilizia pubblica, tra i lunghi ballatoi esterni delle case-ringhiera, forme di condivisione e contatto umano. Oltre i vetri della finestra-cornice lo sguardo arranca, frustrato, sul grigiore cementizio di uno spazio asimmetrico e uniforme, una colata bituminosa che ricorda astrattamente un cortile interno su cui si affacciano in verticale una moltitudine di finestre identiche. Viene spontaneo cercare verso l'alto il rettangolo vivido del cielo, nella speranza non sia a sua volta offuscato dal denso smog in cui la metropoli milanese traduce la sua tanto conclamata quanto tossica produttività. Ci si domanda come sia possibile originare colori così intensi, a tratti fiammanti, a partire da un contesto simile, visceralmente neutro. Ci si risponde che forse basta quel singolo fascio di luce solare, nel suo temporaneo e obliquo transito sulla tela, a forgiare nuovi spazi di realtà, ad aprire uno spiraglio d'altrove.  

Ben al di là del biografismo ricercare le orgini del gesto pittorico di Marisa Bello, radicarlo nel luogo in cui si svolge, aiuta a comprendere la trama di esperienze e suggestioni che ne strutturano le forme e gli esiti, a mapparne l'itinerario. Uno spazio che si trasforma senza sosta in un tempo accelerato all'inverosimile: è questo il territorio che lei cerca ora, attraverso l'arte, di tornare ad abitare. Dopo aver lottato a lungo con le proprie forze per conquistare e difendere nicchie di resistenza nella realtà, prima a Napoli poi a Milano, all'artista non resta che rielaborare interiormente, in maniera profonda e sofferta, il cambiamento senza ritorno compiuto dall'uomo ed affidare infine alla tela il suo sguardo alternativo, riservando all'immaginazione ciò che ha scelto di sottrarre ad una parola ormai satura d'inerzie. Non con il fatalismo della rassegnazione nè con l'ingenuità naif della speranza, ma con la naturalezza di un percorso che si appropria di nuove forme o ne riscopre di antiche senza potersi mai sopire.

Se lo spaesamento è una condizione costante del nostro vivere quotidiano, a partire dal rapporto complesso e contrastivo che intratteniamo con lo spazio, in primis con quello urbano, abbiamo tuttavia smarrito la potenzialità sovvertitrice e riposizionatoria che esso in sé contiene, ovvero non siamo più in grado di farne attivamente esperienza, arginando l'angoscia panica che lo accompagna e trasformandolo in domanda radicale e profonda, che metta in discussione la società che lo produce anche nella configurazione fisica che essa sceglie di darsi. Come fa notare Paul Virilio, oggi esso è piuttosto il frutto di un movimento coatto che ci induce senza tregua alla fuga, è il prodotto ultimo e annichilente di un eccesso di velocità mediato dal progresso tecnologico cui pare non esserci, nonostante le più svariate retoriche slow, alcuna opposizione realistica. E così attraversiamo ogni giorno luoghi che l'eclissi della progettazione territoriale ha ridotto ad agglomerati di gusci achitettonici svuotati di senso, luoghi inospitali in cui l'iperconcentrazione delle masse ha paradossalmente divelto la possibilità di incontrare l'altro, di creare comunità, e viviamo in cubo-dormitori nelle periferie sempre più estese di città cresciute a dismisura oltre e contro se stesse.

Il contraddittorio rapporto con tale dimensione attraversa non solo la vita dell'artista, ma in modo ancor più pregnante le opere raccolte in questa mostra. Più che scorci di città, ad apparire nelle ultime tele sono ammassi di rovine, resti scomposti di abitazioni, accenni di grattacieli, scalinate senza approdi, pareti monche. L'uomo non compare, se non negli esoscheletri abitativi che si è lasciato alle spalle. Eppure esso è traccia: la sua presenza, il suo passaggio, sono rivelati proprio dalla sua assenza che lo chiama in causa  nella responsabilità primaria di aver dato forma alla terra secondo i suoi bisogni e di averlo fatto in modo cieco e stolto, spinto dalla mera bramosia di profitto, fino ad esaurirne le risorse e renderlo un luogo non più abitabile. L'hybris estrema, quella che non ha sfidato un dio ma la natura stessa, viene qui compensata senza alcun afflato tragico, senza drammi. L'apocalisse è giunta contro ogni previsione nel quieto silenzio di un'immagine, lontano da squilli di tromba, da fiamme o demoni. Un'era, quella della superpotenza tecnologica dell'uomo, è finita per aver superato ogni misura, ogni limite, e con la semplice naturalezza dell'inesorabile un altro ciclo è agli albori.

Non siamo quindi di fronte a scenari di morte, a drammatiche intessiture di decadenza, ma alla ripresa lenta della vita, al rifiorire delle vivide tinte della natura dopo la desolazione di un lungo e grigio inverno. Qualche finestra, lassù, torna ad illuminarsi. Una ripresa che appare a tratti insicura, fragile; che poggia su basi instabili, in un perpetuo equilibrio precario, e tuttavia prosegue il suo corso. L'elemento naturale e l'elemento artificiale si incontrano in queste visioni con un'armonia finora insospettabile; si fondono in conglomerati calcarei, in concrezioni rocciose, in colate laviche, ritrovando nella torsione comune, nella compenetrazione, una sintonia dimenticata. Sorgono così strutture che non appartengono più alla geometria euclidea, che non sono dotate di una forma specifica né di una funzione identificabile, frutto della metamorfosi qualitativa che, sperimentando liberamente effetti di congiunzione e disgiunzione, collega serie di molteplicità disomogenee aggregandole attorno ad un nucleo, dando loro un profilo conchiuso. Di contro all'estensione mostruosa dei conglomerati urbani, infatti, i luoghi creati da Marisa Bello sono finiti, delimitati, quasi protettivi come grembi materni. Non necessitano per questo di obblighi, recinzioni o coercizioni: essi paiono contenere in se stessi la propria misura, il criterio armonico del proprio sviluppo, quel senso della proporzione che così intensamente apparteneva agli antichi e che noi da lungo tempo abbiamo violato e, infine, dimenticato.

E forse proprio il riaffiorare di un rapporto intimo tra il regno dell'organico e quello dell'inorganico può essere posto come filo conduttore delle opere in mostra, suggerito con estrema nitidezza e forza evocativa dalla forma finale delle composizioni che richiama alla mente cristalli, conchiglie, nidi di vespa, elementi posti esattamente al confine tra i due regni. Per l'associazione intima che essi inducono con le immagini create dall'artista sembra opportuno soffermarsi un momento sulla loro genesi per poi poter tornare alle opere con una prospettiva più ampia che, al di là di qualsiasi schematismo simbolista, sappia connettere fluidamente le varie dimensioni del reale che sulla superficie pittorica si intrecciano senza sosta.

A partire dai cristalli, la cui formazione avviene attraverso un passaggio di stato: una materia inizialmente liquida o aeriforme evolve verso lo stato solido. Essi sono, cioè, il frutto di un processo di riconquista di solidità da parte della materia, di una riappriopriazione di forma da parte dell'informe, del disperso. La crescita del cristallo è armonica, avviene per accrescimenti successivi rispettando la morfologia del reticolo che ne costituisce il nucleo sorgente, il germe. Dal punto di vista fisico, si tratta di una trasformazione che implica una diminuzione di entropia e avviene mediante concentrazione, ovvero mediante l'interazione intermolecolare che segue fasci di relazioni reticolari assimilate da alcuni biologi alle reti neurali umane. E' questo uno dei fenomeni chimici più affascinanti fra quelli esistenti proprio per il suo intrinseco carattere liminale: esso crea un ponte fra il mondo microscopico, popolato da molecole invisibili, e quello macroscopico degli oggetti che riusciamo a vedere con i nostri occhi ed è un processo contemporaneamente naturale ed artificiale, proprio sia del mondo inorganico che del mondo organico. Attraversano infatti la cristallizzazione tanto le rocce, il magma, la neve, stalattiti e stalagmiti, quanto il sale, il miele, lo zucchero, le ossa umane, i calcoli renali. Non è perciò un caso sia anche il procedimento posto alla base delle pratiche alchemiche. I cristalli sono infine straordinariamente prossimi alla definizione di esseri viventi: nascono da un germe di cristallizzazione, crescono, si alimentano sottraendo molecole dallo stato liquido, si riproducono, hanno una sensibilità nei confronti degli stimoli esterni, muoiono.

Chissà se e per quali fasci di relazioni semantiche o sensoriali le configurazioni che Marisa Bello dona alla sua materia in mutamento sono così prossime ai cristalli. Anche esse, infatti, si pongono come forme di contenimento dell'entropia, del caos a cui l'iperurbanismo e il dominio tecnico hanno condotto la specie umana. Sono composizioni che si inseriscono in cunei di spazio, in concavità naturali, e si strutturano gradualmente verso una forma, senza estendersi in maniera mostruosa, senza divorare il terreno su cui sorgono. Talune fragili, in bilico su un solo spigolo; altre più chiuse, quasi ermetiche nel proprio inaccessibile guscio; tutte a proprio modo composte, delimitate, e in questo opposte alle megalopoli d'oggi, i cui tentacoli periferici raggiungono e sventrano ogni apertura di spazio. Di contro alla dispersione nichilista e alla conclamata liquidità della civiltà postmoderna, l'artista ritrova qui una forma, un'armonia tra l'ambiente e l'escrezione inorganica dell'organismo umano; una possibile dimora che, sfumato definitivamente l'inquietante progetto heideggeriano di radicamento al suolo, può tracciarsi ormai solo come piega che disegna la mappa di un territorio mutante.[1]




L'altro elemento a questo strettamente connesso è la conchiglia, esito a sua volta di una fusione fra elementi organici, le proteine secrete dalle ghiandole del mollusco, ed inorganici, il carbonato ed il fosfato di calcio che la strutturano. Anch'essa elemento liminale, capace di accrescersi progressivamente mantenendo una propria intrinseca proporzione, e così facendo di ospitare la vita nel suo lento sviluppo. Una crescita che appare sempre ed esclusivamente connessa ai bisogni effettivi del vivente, mai eccessiva, mai sclerottizzata o metastatica; dotata di una propria misura. Introiettata dall'inconscio collettivo come elemento positivo, simbolo di fertilità, prosperità, vita, essa è associata, proprio come il cristallo, ad un percorso di purificazione, ad una purezza essenziale della materia, al punto da essere ritualmente portata in pellegrinaggio in tempi antichi come offerta al divino.

Forse è in questa esigenza di un abbandono definitivo del "troppo" indotto dal capitalismo, dell'eccesso oltre ogni limite, del ritorno ad un'ospitalità autentica, tanto del luogo quanto dell'umano, a costituire nelle visioni di Marisa Bello il tramite di passaggio tra il cristallo e la conchiglia. Nonchè a rendere quest'ultima protagonista di un massiccio ritorno nell'architettura contemporanea  per il suo carattere di mediazione armonica e delicata tra l'interno e l'esterno, tra la costruzione ed il paesaggio; per il suo intimo legame con la natura e con l'elemento acqueo, fonte di vita, oggi spezzato dalle pratiche di costruzione urbana. Un legame che ha lasciato in noi una nostalgia profonda che riemerge ogni qual volta portiamo una conchiglia all'orecchio per ritrovare al suo interno il rumore del mare, facendone poetica quanto amara icona di un'impossibile evasione  dall'artificiosa quotidianità della città.



Senza facili derive consolatorie, l'impressione che le opere di Marisa trasmettono è in fondo positiva proprio perché ad essere recuperata è una forma di reintegrazione e di armonia tra gli elementi, anche (o soprattutto?) in assenza dell'uomo, grazie ad un processo lento, fatto di calcificazioni e agglomeramenti successivi radicalmente imprevedibili, incalcolabili perché legati a modelli di sviluppo organico anzichè a progettazioni razionali. Un processo che avviene in un tempo che appare rarefatto, impermeabile al culto della velocità; non diacronico, ma sincronico, quasi sospeso. In queste indissolubili concrezioni di materia e tempo esso ricompare infatti più che altro come tessitura sotterranea, come testimonianza di un passaggio di civiltà, senza scorrere o essere vissuto quale effettiva esperienza: ogni epoca ha lasciato su queste concrezioni una traccia ed ha contribuito a plasmarne la forma senza potervi però imprimere il suo marchio. Non siamo perciò di fronte all'apocalisse postumana, ad un viaggio al termine della notte, quanto piuttosto alla rigenerazione di un possibile mediata dalla forza dell'immaginazione artistica.

Attraversando le opere di Marisa Bello accade così di viversi per un istante in uno spazio altro, liberato dalla normatività istituzionale e disciplinatoria, uno spazio di respiro. Un luogo equamente estraneo tanto all'informità caotica della metropoli quanto all'illusorietà di una campagna ridotta a mera occasione di svago bucolico o a meta turistica; un "paesaggio dell'anima" in cui poter oltrepassare la frattura tra mondo esterno e mondo interno, in cui riscoprire per un istante un'armonia che non sia consolatoria né priva di basi reali, ma in sé consistente e, come un cristallo, concreta.[2]

Proprio per questo non possiamo classificarla come l'ennesima utopia, intesa come spazio fondamentalmente ed essenzialmente irreale, che intesse una relazione di semplice analogia con lo spazio reale, effettivo, della società. La tela è invece qui uno spazio dotato di esistenza propria, la cui apertura di senso, lungi dal costituirsi quale ricerca di una verità metafisica oltre le cose o di una qualche suprema essenza, accade interamente in superficie. Sebbene sia localizzabile, abbia una propria effettiva estensione, la tela e ciò che su essa affiora si trovano al contempo al di fuori di ogni luogo, configurandosi come ciò che Foucault definisce eterotopie: contro-luoghi in cui tutti gli altri luoghi reali vengono contemporaneamente rappresentati, contestati e sovvertiti.[3] L'eterotopia ha infatti il potere di giustapporre, in un unico luogo reale, diversi luoghi tra loro incompatibili, come possono esserlo in questo caso edifici urbani, ambienti marini, case, cime vulcaniche, lastroni di roccia; operando in perfetta simmetria con forme di eterocronia, in cui resti fossili si associano ad abitazioni di foggia moderna in un presente senza tempo, sospeso, in cui quest'ultimo, sottratto all'accelerazione, può riemergere solo come storia dell'umanità che risale alla propria sorgente.

Tele eterotope quindi, ovvero "spazi che sono connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare, invertire l'insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano".[4] Come tali, gli scorci che Marisa Bello offre al nostro sguardo esercitano una vera e propria azione specchiante, dando origine ad un determinato effetto di ritorno. Infatti, così come è a partire dallo specchio che mi scopro assente nel luogo in cui sono, dal momento che è là, riflesso nel vetro, che mi vedo; allo stesso modo dagli spazi aperti nelle tele vengo rimandato ai miei spazi reali, sociali, ovvero ricomincio a portare lo sguardo verso di me per ricostituirmi là dove sono, con un movimento che è l'esatto opposto dell'evasione consolatoria che caratterizza l'utopia.

"Le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz'altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la «sintassi» e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa «tenere insieme»…le parole e le cose. È per questo che le utopie consentono le favole e i discorsi: si collocano nel rettifilo del linguaggio, nella dimensione fondamentale della fabula; le eterotopie inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano, fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica, dipanano i miti e rendono sterile il lirismo delle frasi".[5]

Non si tratta perciò di visioni astratte, meri divertissement immaginativi o fughe idilliche, ma di luoghi concreti, la cui illusorietà svolge l'insostituibile funzione di indicare come ancor più illusorio, come realmente illusorio, ogni spazio considerato reale, ovvero tutti quei luoghi al cui interno la vita umana è oggi relegata e costretta.

Diversamente dall'utopia, nella cui prossimità ad una ingegneria sociale completa è insito un rischio di totalitarismo, l'eterotopia abbandona l'idea di un progetto di ordine complessivo per porsi come pratica umana effettiva, di piccola scala. Ad una pianificazione totale subentra così infine l'apertura di varchi di sperimentazione alternativa, con una funzione simile a quella che un tempo apparteneva al carnevale. Di fronte alla consapevolezza che nell'epoca contemporanea poche altre forme realmente alternative sono rimaste percorribili, salve dal pervasivo rischio di essere immediatamente riassorbite dal sistema nel format angusto della contestazione, l'arte torna a dischiudere per Marisa Bello la possibilità concreta di una sperimentazione libera e di una sospensione dell'apparente immutabilità dell'ordine delle cose, macigno che destina il cittadino globale all'indifferenza. E per noi, attraverso lo specchio della sua immaginazione, prende corpo la possibilità di ritornare alla nostra realtà vivendone più consapevolmente sproporzioni e assurdità e cercando di riconquistare un rapporto armonico con l'elemento naturale anziché accontentarci di porgere l'orecchio alle onde oniriche portate a riva da una conchiglia.


                                                                    
Con profonda stima e sincero affetto,       
Clara Zanardi        




[1]Piega in questa accezione è un concetto introdotto ed elaborato da Gilles Deleuze e Felix Guattari
[2]"Paesaggi dell'anima" è espressione che dà il titolo ad un'opera di Umberto Galimberti.
[3]M. FOUCAULT, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, Mimesis 2001
[4]Ivi
[5]M. FOUCAULT, Le parole e le cose. Un'archeologia delle scienze umane, 1966